domenica, 22 novembre 2009 | in : storia - misteri - articoli

Quanti sono, nel mondo, i tesori nascosti?

Un’anagrafe completa non è possibile, ma certamente fra quelli reali e quelli immaginari la cifra supera il migliaio.

Vediamone una carrellata.

Il mito delle ricchezze dei Templari è datato 5 ottobre 1307, giorno in cui Filippo il Bello, re di Francia, fece imprigionare centinaia di Cavalieri del Tempio, accusandoli di magia nera e nefandi delitti per impadronirsi dei loro beni. Ma il tesoro templare non arrivò mai nelle mani della Corona. Il Gran Maestro dei Templari Jacques de Molay, prima di essere messo al rogo, pare avesse trovato il tempo e il modo di occultarlo. Da allora, la caccia è aperta: in Francia e Scozia, ma anche in tutta Europa e persino in America, malgrado l’anacronismo. E proprio al tesoro dei Templari è collegato il mistero di Rennes-le-Chateau, riguardo al quale non ritengo opportuno dilungarci, in questa sede: troppo ci sarebbe da scrivere a riguardo, stante la sua complessità, ed è dunque meglio dedicare uno scritto apposito a questo mistero (non foss’altro per evitare qualsiasi banalizzazione conseguente ad una impropria sintesi) , del quale ancora non si è messa la parola “fine”.

Il tesoro degli Incas scomparve invece nel XVI secolo al di là dell’Atlantico. Prigioniero del conquistador Francisco Pizarro, l’imperatore Atahualpa aveva tentato di barattare la propria vita con il contenuto di una cella piena d’oro, le cui coordinate, però, si era rifiutato di comunicare. Pizarro non tenne fede alla sua parola, ma quando gli spagnoli misero mano al tesoro, trovarono cinque tonnellate d’oro invece delle 40 previste. Errata valutazione, beffa postuma oppure occultamento del tesoro sulle Ande e nella foresta amazzonica? Gli spagnoli erano convinti che quell’oro fosse esistito davvero e ancora oggi, malgrado gli insuccessi, la speranza di ritrovare il tesoro degli Incas resta viva.

Sono invece documentate dalla Casa de Contratacion di Siviglia le oltre mille tonnellate d’oro e 33 mila d’argento che l’amministrazione spagnola aveva ricavato nei primi due secoli di colonizzazione dell’America. Queste ricchezze erano finite nelle stive dei galeoni delle “Plata Flotas”, le cosiddette Flotte d’Argento che ogni anno salpavano verso la Spagna.

Ma solo poco più della metà arrivò a destinazione; il resto fu depredato dai pirati, o affondò nei numerosi naufragi. Ma dove sono andate a finire tutte quelle ricchezze di cui si erano impadroniti pirati come Morgan, Drake, Kidd, L’Olonese o Barbanera? In parte in baccanali o nelle casse dei re d’Inghilterra e di Francia; in parte sepolti in qualche isola deserta, per sottrarli alla rapacità dei compagni o in attesa di tempi più tranquilli.

I casi in cui audaci cercatori sono riusciti a mettere le mani su qualcuno dei loro malloppi sono pochi. Sulla sperduta isola del Cocco, nell’Oceano Pacifico, dovrebbero essere nascosti ben tre tesori: quello di Edward Davis, terrore delle coste dal Messico all’Ecuador, quello di Edward Bennett, altrimenti noto come “Benito dalla spada insanguinata”, e quello evacuato dalla città di Lima durante le guerre per l’indipendenza del Sud America.

Scatenata da una serie di documenti sconclusionati, dubbie rivelazioni, confessioni in punto di morte e oscuri riferimenti, la caccia ai tesori dell’isola del Cocco dura da 150 anni circa. Ci hanno provato un ammiraglio inglese, costretto poi alle dimissioni per aver impiegato una nave e i marinai di Sua Maestà, un avventuriero tedesco rimasto sull’isola per 19 anni e un’attrice inglese di modesta fama accompagnata da un colonnello reduce dal Vietnam. Complessivamente una ventina di spedizioni; con miseri risultati e molti miliardi spesi per le ricerche.

A Oak Island, l’isola della Quercia di fronte alla Nuova Scozia (Canada), i cacciatori di tesori si sono accaniti per oltre due secoli attorno al “Money pit”, il Pozzo del denaro, scoperto nel 1795 e ritenuto nascondiglio del bottino di Capitan Kidd: due milioni di sterline-oro, secondo un’iscrizione ritrovata a 24 metri di profondità. Il fallimento di tutti i tentativi si deve al fatto che il pozzo è collegato alle acque della baia sottostante attraverso una serie di gallerie, sbarramenti e sifoni alquanto difficili da identificare, che riempiono d’acqua il condotto a ogni alta marea. Inoltre i tanti tentativi fatti per scavare pozzi paralleli rendono difficile localizzare l’originario Money pit. L’ultimo pozzo, scavato nel 1987 dal consorzio Triton Alliance, è costato 10 milioni di dollari. Risultato? Le attrezzature sono state sommerse dall’acqua a 54 metri di profondità.

Secondo le stime, un migliaio di grossi relitti di navi giacerebbero sui fondali. La maggior parte, circa 700, si concentrerebbe nell’area tra il Golfo del Messico, il Mar dei Carabi e le Bermuda. Sarebbero il frutto dei naufragi che hanno decimato la Plata Flotas dal XVI al XVIII secolo: circa 200 di quei relitti ospiterebbero favolose ricchezze.

Altrettanto invitanti sono le navi affondate in altri mari o in altre epoche: dall’ammiraglia portoghese Flor de la Mar, colata a picco nel 1512 fra la Malesia e l’isola di Sumatra con un carico di pietre preziose, monete e tigri d’oro massiccio, ai 17 galeoni di una delle ultime Flotte d’Argento affondati nel 1702 nella baia di Vigo (Spagna) sotto le cannonate inglesi. La fregata Grosvenor è adagiata dal 1782 sui banchi di sabbia al largo del Sud Africa insieme con oro, argento e diamanti grezzi destinati alla Compagnia delle Indie, mentre il tre alberi americano General Grant giace dal 1865 nelle acque della Nuova Zelanda con due tonnellate e mezzo di lingotti d’oro a bordo.

Anche i fondali italiani ospitano relitti di navi fenicie, greche, romane, medievali e rinascimentali. Recenti ricerche negli archivi spagnoli hanno ipotizzato che i mari italiani ospitino anche alcune navi del XV e XVII secolo con almeno 2 mila tonnellate di metalli preziosi nelle loro stive.

La caccia ai tesori sommersi è cominciata nel XVII secolo grazie all’intraprendenza di William Phips, un carpentiere del Maine che nel 1682 aveva ottenuto da Carlo II, re d’Inghilterra, i mezzi per tentare il recupero del carico del galeone Nuestra Senora de la Pura y Limpia Concepcion, affondato nel 1643 a nord dell’isola di Santo Domingo. Dopo cinque anni Phips riuscì a mettere le mani sulle 26 tonnellate di oro e argento in monete e lingotti che gli valsero il titolo di baronetto e la nomina a governatore del Massachusetts. Da quel giorno la caccia non è più cessata, grazie ad attrezzature sempre più sofisticate. Fino ad arrivare al sommergibile Nr-1 (Nuclear Research 1), costruito nel 1969 dalla U.S. Navy per missioni di spionaggio e ora offerto a Robert Ballard, lo scopritore del relitto del Titanic, per esplorazioni archeologiche nel Mediterraneo: si immerge fino a 900 m di profondità ed è dotato di 27 fari, monitor telescopici e braccia prensili robotizzate.

L’ultimo colpo grosso dei cacciatori di tesori risale al 1985, quando l’ex allevatore di polli dell’Indiana Mel Fischer ha riportato a galla il carico del galeone Nuestra Senora de Atocha, affondato al largo della Florida nel 1622: 160 lingotti d’oro, 600 d’argento e 25 mila dobloni per un valore di circa 400 milioni di dollari. Una fortuna che ha richiesto anni di ricerche, immersioni, investimenti, senza contare tutte le spese legali per il contenzioso con lo Stato della Florida.

Secondo il diritto internazionale, infatti, i relitti sono considerati “res nullius”, beni senza proprietari, se si trovano oltre le 12 miglia, cioè fuori dalle acque territoriali.

Ma c’è chi ha avanzato l’idea che gli Stati estendano la propria sovranità su tutto quanto giace sulle piattaforme continentali prospicienti le rispettive coste sino alle fosse oceaniche, salvo riconoscere agli scopritori il 25-30 % sul valore dei recuperi.

Ancora più confusa la situazione riguardante lo status legale dei tesori più recenti, ossia quelli della Seconda guerra mondiale. Dalle molte tonnellate d’oro abbandonate nelle Filippine dal generale giapponese Yamashita Tomoyuki all’oro dell’Afrikakorps, spedito in Italia da Rimmel poco prima della resa in Tunisia, e prudentemente affondato, in sei grosse casse sigillate, nelle acque della Corsica dopo l’8 settembre 1943.

Ma c’è anche il tesoro del Peloponneso (50 casse d’oro e gioielli, strappate alla comunità ebraica di Salonicco), che il responsabile dell’amministrazione nazista Max Merten avrebbe fatto affondare nello Ionio, riservandosi di recuperarlo in momenti migliori.

La caccia, dunque, continua…

 

Fonte:

 

-          Focus Extra; Sergio De Santis, Tesori perduti

 

                                                   Alberto Rossignoli

 

 

 

albymanu @ novembre 22, 2009 23:46 | commenti (popup) | commenti
lunedì, 02 novembre 2009 | in : religioni - articoli




Era nato il 25 dicembre in una grotta, partorito da una vergine.

Venne sulla Terra per predicare la giustizia, per portare la salvezza dell’anima, la vita eterna. Ascese al cielo a 33 anni, con la promessa di tornare il giorno del giudizio.

Era Mithra, il maggior concorrente di Gesù di cui si abbiano prove storico-archeologiche, al punto che alcune sue caratteristiche si sovrappongono in maniera impressionante a quelle del Messia.

Eppure a Roma, come ad Ostia antica, ove la religione di Mithra iniziò ad affermarsi dal I secolo dopo Cristo, a Capua, come a Vulci, si contano sulla punta delle dita i turisti che domandano di quest’altro Salvatore, per visitare almeno uno dei suoi luoghi di culto, i Mithraei, ossia piccoli templi che potevano ospitare al massimo 30-40 persone, scavati nella roccia e sovente nei sotterranei delle città. I Mithraei erano però diffusissimi non solo in Italia, ma da Tripoli alle Gallie fino ai possedimenti romani in Germania, in Dacia e in Britannia.

I seguaci di Mithra battezzavano i nuovi adepti, l’officiante benediceva il pane e l’acqua e forse anche il vino, facendoli distribuire ai partecipanti di una sacra mensa.

Ma quando, nel 313 d.C., Costantino vinse la sua battaglia politico-religiosa (più politica che religiosa…) contro il Paganesimo e impose il Cristianesimo come religione di Stato, anche i seguaci di Mithra vennero annientati.

La religione di Mithra ebbe un recupero sotto il governo di Giuliano l’Apostata, dal 361 al 363, per poi essere bandita nel 394 con Teodosio, che fece prevalere il Cristianesimo. Sui Mithraei distrutti furono erette chiese. Il Mitraismo fu dimenticato o ricordato solo come superstizione pagana, talora con la falsa accusa di richiedere sacrifici umani.

In realtà, nelle sue origini orientali era sacrificato un toro e sembra che a Roma il sacrificio taurino fosse puramente e completamente simbolico. Tuttavia il successo del Mitraismo in ambiente romano fu tale, per circa tre secoli, che uno dei maggiori studiosi delle religioni, il francese Ernst Renan, concludeva «se il Cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione, oggi il mondo sarebbe mitraico»…

I seguaci di Mithra erano vegetariani.

Lo storico romano Porfirio parlava della loro credenza nella metempsicosi, vale a dire la migrazione dell’anima in diversi esseri viventi prima di raggiungere i piani elevati del Cielo.

Mithra, in molte raffigurazioni, era il dio “della stretta di mano”, dei patti e della giustizia. La presenza di maschere nei riti mithraici dipendeva invece dal fatto che vi erano diversi gradi di iniziazione.

Nel mithraeum di San Felicissimo, a Ostia Antica, questi gradi sono ben descritti nel mosaico delle “ Sette porte”. Nel culto misterico di Mithra si entrava come corvi, sotto la tutela di Mercurio. Si veniva presto promossi come Nymphus (simboleggiato dalla larva o dal serpente che, cambiando pelle, preannuncia un cambiamento) e si era sotto la tutela di Venere. Poi si diveniva Miles, ossia soldato, con una cerimonia di incoronazione dopo aver sottratto la spada a un uomo armato; e si era sotto la protezione di Marte.

Il passo successivo era quello del grado di Leone, protetto da Giove; poi si diveniva Persiano, sotto la tutela della Luna.

Le più alte cariche erano Eliodromo (sotto il Sole) e Pater, il principale ruolo sacerdotale, nuovamente sotto la tutela di Mercurio.

Come scrisse Tertulliano in Prescrizioni contro gli eretici, essi battezzavano nel nome di Mithra e lo stesso Mithra impone un segno sulla fronte dei suoi soldati, elabora l’offerta del pane e pare vi sia spazio anche per la resurrezione.

I culti mithraici avevano una partecipazione femminile assai scarsa: anzi, questo culto sarebbe stato diretto solo ai maschi e per questo ebbe un grande successo nell’esercito romano, che lo esportò in tutti i possedimenti di Roma.

Questa religione, che si diffuse rapidamente dalla fine del I secolo d.C., come apprendiamo dagli scritti dello storico romano Stazio, piaceva infatti ai soldati e alla burocrazia imperiale; piaceva anche agli schiavi e ai liberti, insomma, a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, avevano bisogno di appigli, e contavano sull’appoggio della casa imperiale o sulla solidarietà tra i commilitoni.

Pare però che vi fosse anche un grado femminile, oltre ai canonici gradi maschili, ossia quello della Iena; e una tomba di una donna, ritrovata a Gulgariche, vicino a Tripoli, reca questa iscrizione: “ Elia Arisuth, visse 60 anni più o meno, era una Leonessa e qui giace”.

Ora, chi ha copiato chi, tra Cristiani e Mithraici?

Va anzitutto ricordato che, mentre Gesù ha circa 2000 anni, Mithra ne ha almeno 1500 in più: era infatti una della divinità solari della cosmologia indù, guardiano dell’ordine cosmico con l’altro dio Varuna. Il suo culto ebbe un ruolo importante in Persia fina dal 1300 a.C.:si credeva che Mithra fosse nato da una roccia con una fiaccola e un coltello tra le mani (Gesù sarebbe nato in una grotta…).

La sua data di nascita, il 25 dicembre, adottata dalla Chiesa nel IV secolo ( molto dopo che era stata attribuita a Mithra). Era vicina al Solstizio d’inverno ed era un giorno rituale per diverse culture.

Il battesimo non era un’esclusiva dei primi Cristiani: lo praticavano infatti anche Giovanni Battista e anche alcune sette indiane.

Il pasto comune era d’uso in diverse religioni, ma forse i Mithraici copiarono dai Cristiani la benedizione del pane e del vino.

Per quanto concerne la vita eterna, forse i Mithraici l’hanno enfatizzata per far concorrenza ai Cristiani, ma non è certo: senza dubbio, fin dalla fase antica questa religione la prevedeva come ricompensa per chi aveva perseguito il bene.

Nella mitologia, Mithra inizia ai suoi misteri il dio Sole, col quale consuma un pasto rituale e stringe un patto, per poi ascendere al cielo con il carro solare. Fra i meriti di Mithra, quello di aver catturato il toro cosmico e averlo sacrificato in modo che dal suo sangue e dal suo seme nascessero le piante e gli animali, e quello di aver fatto piovere dopo una lunga siccità, colpendo il cielo con una freccia. La caduta di meteoriti faceva infatti pensare agli antichi che il cielo fosse una cupola di pietra. E da qui nacque anche l’idea dei Mithraei come antri nella roccia, o comunque interrati, poiché dovevano ricordare la volta celeste. Per questo i soffitti dei Mithraei erano colorati di blu e raffiguravano stelle e costellazioni.

Come Mosè e San Pietro, anche Mithra fece più volte sgorgare acqua dalla roccia.

Secondo Reinhold Merkelbach, studioso della storia di Mithra, chi codificò il Mitraismo fra i Romani (solo a livello orale: era una religione misterica) fu una anonimo dotto dell’impero, nato in area ex-persiana e che conosceva bene il greco e la filosofia platonica; questo dotto, mediante una serie di calcoli geometrici, associò le informazioni dei pianeti dalla Terra (Luna e Sole compresi) con l’ordine dei giorni della settimana (Lunedì da Luna, Martedì da Marte, e così via), teorizzando che l’anima degli uomini nasceva nei piani alti dell’Universo e nella sua discesa sulla Terra, secondo la data di nascita, prendeva l’influenza dei pianeti in base alla loro posizione.

Anche diversi imperatori cedettero in Mithra.

Anche Comodo divenne un suo sostenitore. Pare che, durante una cerimonia, avesse ucciso, in una sorta di sacrificio umano, un Miles, screditando i Mithraici agli occhi della popolazione: forse da questo episodio nacque la leggenda dei sacrifici umani.

E sarebbe stato il legame della religione Mithraica con l’esercito di roma a causarne una fine rapida, poiché Costantino ordinò ai suoi generali di bandire Mithra e favorire l’immagine di Gesù

Ad ogni modo, ritengo si debba approfondire in modo particolare la questione delle influenze (reciproche?) tra Mitraismo e Cristianesimo, tenendo ben presente che, un conto è la parola autentica di Gesù, Figlio dell’Uomo, e un conto è ciò che l’uomo ci ha ricamato sopra a posteriori…

 

Fonte:

 

-          Focus 11/2004; Franco Capone, Il rivale di Gesù

 

                                         Alberto Rossignoli

 

 

 

 

 

 

 

albymanu @ novembre 02, 2009 22:36 | commenti (popup) | commenti
venerdì, 23 ottobre 2009 | in : storia - misteri - articoli

Horemheb, quattordicesimo e ultimo faraone della XVIII dinastia (che regnò dal 1319 al 1292 a.C.), capo dell’esercito durante il regno di Tutankhamon, ancora leader militare sotto il successore Ay, divenne sovrano quando quest’ultimo morì senza lasciare eredi. Giunto al potere per meriti e non per discendenza, forte di una mentalità militare acquisita al servizio dei precedenti faraoni, Horemheb improntò il suo regno sotto il segno dell’ordine, della disciplina, dell’obbedienza.

Per ironia della sorte, non riuscì tuttavia a farsi obbedire completamente proprio da coloro che dovevano predisporre il suo ultimo e più importante viaggio. Gli artisti incaricati di abbellire la sua tomba nella Valle dei Re, infatti, lasciarono incompiuta una buona parte delle opere. Su alcune pareti delle camere sepolcrali, dove dovevano splendere colori vivaci e figure ben definite, essi lasciarono invece disegni abbozzati, rifiniture interrotte, sculture appena iniziate. Quello che per l’epoca fu certamente un fatto inconsueto, e ancora non spiegato, specie per la tomba di un faraone, oggi si è rivelato un tesoro prezioso.

Nella tomba del faraone-generale, gli studiosi dell’arte egizia possono infatti valutare con attenzione tutte le fasi che caratterizzavano il lavoro degli artigiani e degli artisti del Nuovo Regno e capire finalmente come nascevano i capolavori che ci sono giunti.

La tomba è nota ormai da tempo: venne scoperta nel 1908 dall’egittologo inglese Edward Ayrton; ma adesso è diventata oggetto di una particolare attenzione proprio per il fatto che le pitture che la ornano sono incompiute, così come per la loro qualità estremamente raffinata e innovativa.

Alcune delle opere che vi sono state rinvenute sono infatti in mostra al Louvre, insieme a una ricca serie di oggetti provenienti dal villaggio degli artisti di Dei el-Mèdineh. Nella sua tomba Horemheb fece sviluppare diverse innovazioni artistiche e rituali, che furono poi ereditate dai sovrani della dinastia successiva, la XIX (1292-1185 a.C.). Introdusse, per esempio, i dipinti su bassorilievo in sostituzione delle semplici pitture su fondo piatto che potevamo incontrare nelle sepolture precedenti. Proprio la condizione di opere incompiute consente poi di apprezzare appieno questo nuovo procedimento messo a punto dagli artisti del suo regno.

In una prima fase, un disegnatore abbozzava le figure delle diverse scene con un tratto rosso; in seguito un rifinitore – probabilmente un capo squadra – correggeva gli errori e perfezionava i contorni con una specie di inchiostro nero. Nella terza fase agiva lo scultore che, seguendo con precisione le sagome delle figure donava loro un leggero rilievo, riempito infine dal pittore con colori vivaci.

Per la prima volta nella tomba di Horemheb vennero scritti brani tratti dal Libro delle Porte, anziché da quello, molto più diffuso e utilizzato, dell’Amduat. La liturgia funebre dei faraoni prevedeva che brani liturgici venissero recitati ma anche iscritti nelle camere sepolcrali, sul sarcofago e negli stessi amuleti che adornavano la mummia regale. I più antichi di questi brani sono i Testi delle piramidi, che appaiono per la prima volta nella piramide di Ounas, ultimo regnante della V dinastia (2350-2321). Nel Nuovo regno, man mano che il pantheon egizio si arricchiva di divinità e che si perfezionavano le pratiche funerarie altri testi fecero la loro comparsa. Inizialmente il testo riservato al faraone era il libro dell’Amduat, una vera e propria guida per agevolare il viaggio nell’Aldilà. Horemheb decise invece di utilizzare per la prima volta il Libro delle Porte, che descrive il viaggio notturno del dio solare Ra.

Il Sole, oltrepassato l’orizzonte occidentale, naviga con la barca in mezzo al fiume dove incontra cinque porte, ciascuna abitata da genietti e serpenti sputafuoco che lasciano passare solo coloro che non hanno offeso Maat (la dea dell’ordine e della giustizia) nel corso della loro esistenza. Per disporre di una manovalanza ampia ed esperta per l’edilizia funebre della Valle dei Re, i faraoni della XVIII dinastia (quella di Horemheb) fondarono addirittura un villaggio: Deir el-Mèdineh, che prosperò per quasi 400 anni in una valle della montagna texana.

Gli scavi hanno fornito una ingente quantità di oggetti di uso quotidiano e di documenti scritti. In un papiro c’è addirittura la prima testimonianza di uno sciopero, attuato al tempo di Ramesse III (1184-1153). Nel ventinovesimo anno del suo regno, gravi ritardi nei pagamenti agli operai della necropoli reale, spinsero i lavoratori a disertare il posto di lavoro e a dirigersi proprio al tempio di Horemheb per esigere 46 sacchi di grano, che alla fine furono consegnati.

 

 

Fonte:

 

-          Quark n. 18; Enrica Salvatori, Il mistero della tomba incompiuta.

 

                                                     Alberto Rossignoli

 

 

 

albymanu @ ottobre 23, 2009 23:37 | commenti (popup) | commenti
sabato, 17 ottobre 2009 | in : politica - articoli

-          25 gennaio 1990

 

La famiglia Formenton, che insieme con la Fininvest e la Cir controlla la Mondadori, cede le sue quote a Silvio Berlusconi che diventa presidente del gruppo di Segrate. Carlo De Benedetti impugna l’accordo.

 

-          20 giugno 1990

 

Un arbitrato assegna, con un lodo, la Mondadori a De Benedetti.

 

-          24 gennaio 1991

 

La Corte d’Appello di Roma annulla il lodo: la Mondadori torna a Berlusconi.

 

-          25 aprile 1991

 

Si conclude la “guerra di Segrate”. Con la mediazione di Giuseppe Ciarrapico, Berlusconi e De Benedetti giungono a un accordo: alla Cir vanno La Repubblica, L’Espresso e i quotidiani locali, alla Fininvest i libri e i periodici della Mondadori.

 

-          marzo 1996

 

Iniziano le indagini della procura di Milano su presunte corruzioni di giudici romani da parte di avvocati. Fra le cause sotto esame, quella che annullò il lodo Mondadori del 1990. Sotto inchiesta, per questa vicenda, finiscono Berlusconi, il giudice Vittorio Metta e gli avvocati Cesare Previti, Attilio Pacifico, Giovanni Acampora.

 

-          19 giugno 2000

 

Il giudice milanese Rosario Lupo proscioglie Berlusconi e tutti gli altri imputati del “caso Mondadori” perché il fatto non sussiste.

La procura di Milano presenta ricorso: ne nasce un lungo percorso giudiziario, durante il quel Berlusconi viene prosciolto per intervenuta prescrizione.

 

-          23 maggio 2005

 

Durante le condanne in primo grado, la Corte d’Appello di Milano assolve tutti gli imputati.

 

-          13 luglio 2007

 

La Cassazione condanna per corruzione Previti, Pacifico, Acampora e il giudice Metta.

 

-          3 ottobre 2009

 

Il giudice del tribunale civile di Milano, Raimondo Mesiano, stabilisce che la Fininvest deve pagare 750 milioni di euro alla Cir per i danni patrimoniali in seguito alla vicenda del lodo Mondadori.

La Fininvest ricorre in appello.

 

Fonte:

-          Panorama n. 42, 15/10/2009, Giacomo Bondi, Nel nome della legge… delle probabilità

 

                                          Alberto Rossignoli

 

 

albymanu @ ottobre 17, 2009 22:05 | commenti (popup) | commenti
sabato, 17 ottobre 2009 | in : economia - articoli

Ogni anno, a settembre, la società di ricerche Interbrand pubblica una importante classifica sui marchi: viene assegnato un valore economico ai 100 loghi delle aziende più importanti al mondo.

Nella top ten diffusa lo scorso 18 settembre, l’azienda Google si è collocata al settimo posto, con un valore di 31,98 miliardi di dollari (l’anno scorso era decima) mettendo a segno un balzo del 25%.

Un risultato che la premia, anche se Google, in questo momento, è alquanto sotto pressione.

Il Dipartimento di Giustizia americano sta investigando sull’accordo che il colosso californiano di Mountain View ha stretto col mondo dell’editoria per pubblicare i libri e le notizie online.

Recentemente, il suo numero uno Eric Schmidt ha dovuto rinunciare alla poltrona che aveva anche nel consiglio di amministrazione della Apple perché le due aziende oggi sono in concorrenza in molti campi e la Microsoft, che ha siglato a luglio un accordo decennale con la Yahoo!, ha speso più di 100 milioni di dollari per realizzare Bing, un motore di ricerca alternativo a Google.

Sempre la Microsoft ha annunciato un’altra mossa anti-Google: sarà presto disponibile una serie di programmi da utilizzare online, come dire che una lettera in Word o un documento di Excel potranno essere composto direttamente online senza aver installato i programmi sul computer.

Google già da più di un anno ha messo a disposizione la medesima funzione, chiamata “Google docs”, accessibile gratuitamente con un clic dalla sua home page.

Lo scopo di Bill Gates e soci è chiaramente quello di conquistare, a scapito del rivale, delle quote nel mercato della pubblicità sui motori di ricerca; questo perché Google, grazie alle inserzioni che compaiono sulle sue pagine ogni volta che i navigatori le visitano, ha duplicato il suo fatturato negli ultimi tre anni, arrivando, nel 2008, a incassare 21,8 miliardi di dollari.

Seguiamo gli inviati di Panorama nei laboratori segreti della Google in Svizzera, al numero 110 di Brandschenkenstrasse a Zurigo.

In un ambiente iperprotetto (cinque piani di esterna anonimità ma…non così anonimi all’interno!) da impianti di sicurezza, computers e lavagne pieni di schemi e formule si alternano a pouf e oggetti colorati, sale giochi, scivoli, aree relax con acquari, alberi e prati veri.

Qui, come si sarà capito, tutto è progettato per stimolare la creatività dei dipendenti, circa 500 ingegneri, tutti tra i 20 e i 30 anni, provenienti da oltre 50 paesi del mondo.

Responsabile di questo team di ricercatori è un ingegnere brasiliano, Nelson Mattos, vicepresidente della Google e responsabile dello sviluppo di tutti i prodotti del colosso californiano.

Ma come operano, in concreto?

Come egli stesso dice, grazie ad uno speciale software, dotato di intelligenza artificiale, analizzano la Rete, trovano tutte le nuove pagine che arrivano e le indicizzano in modo tale che noi possiamo quotidianamente consultarle. Ora hanno potenziato il loro scanner, ribattezzandolo “Caffeine” e sono in grado di analizzare molte più informazioni per ogni pagina pubblicata in Rete e catalogarle molto più velocemente; nondimeno, ora sono in grado di generare risposte in una nuova forma grafica e, in alcuni casi, addirittura di predire il futuro… (parole sue).

Con “Google squared” (attivo su Google.com, quello americano) il sistema presenta le risposte dentro una griglia composta da quadrati generando una sorta di pagina di enciclopedia che associa tutte le informazioni reperite in Rete e le organizza in una nuova forma, mentre, col precedente sistema, le informazioni che si potevano organizzare erano molte meno.

Sempre sperimentabili sulla versione Usa di Google, prosegue Mattos, ci sono altre funzionalità, che arriveranno anche in Italia.

Ma è con”Google insight” che si ha la sensazione di poter predire il futuro, inserendo vari parametri nella maschera di ricerca, Google produrrà una elaborazione statistica di quanto, nei mesi a venire, quei determinati parametri saranno richiesti.

Non è solo sul piano dell’innovazione che Google sta trascinando il mondo della tecnologia, ma anche sul fatto di fornire un’alternativa a Microsoft e Apple.

L’offensiva è iniziata a settembre 2008 col lancio di Chrome, un browser free alternativo a Explorer della Microsoft, Safari della Apple e Mozilla Firefox.

Poi a ottobre è arrivato Android, un sistema operativo per cellulari che offre una valida alternativa ai telefoni che usano Windows o all’ iPhone.

Quest’estate, Google ha annunciato che intende lanciare un proprio sistema operativo in concorrenza con Windows Vista: si chiamerà Chrome Os e sarà disponibile nella seconda metà del 2010, dapprima ai notebooks e poi via via all’enorme mercato di utenti Microsoft.

Ad ogni modo, chi ci guadagna da questa sfida tra titani dell’informatica saranno gli utenti stessi, i quali avranno una maggiore possibilità di scelta e, nondimeno, avranno tutto quel che serve per lavorare ed essere collegati in Rete senza spendere nulla.

Chi paga?

La pubblicità.

 

 

Fonte:

 

-          Panorama n. 40, 1/10/2009, Guido Castellano, Il futuro secondo Google

 

 

                                      Alberto Rossignoli

 

 

 

 

albymanu @ ottobre 17, 2009 00:45 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
mercoledì, 14 ottobre 2009 | in : giappone - articoli

Fu monaco Zen, calligrafo, pittore, poeta, maestro di giardinaggio e del cha-no-yu (la cerimonia del tè) e, forse, sarebbe stato l’inventore della salamoia che porta ancor oggi il suo nome.

I suoi numerosi scritti sono fonte di ispirazione per il popolo giapponese a lui contemporanei sino ai giorni nostri.

Takuan sembra essersi mosso con disinvoltura attraverso le varie classi sociali. Istruì tanto lo Shogun quanto l’Imperatore e, come narra la leggenda, fu amico e maestro di Miyamoto Musashi, grandissimo uomo di spada e artista.

Non sembrò mai essere attratto dalla fama e, prossimo alla morte, istruì così i suoi discepoli:

«Seppellite il mio corpo sulla montagna dietro al tempio, copritelo con detriti e tornate alle vostre dimore. Non leggete i sutra, non officiate cerimonie. Non accettate alcun dono né dal monaco né dal profano. Lasciate che i monaci indossino le solite vesti e consumino i loro pasti e procedete come in un giorno qualsiasi».

Prima di spirare, scrisse l’ideogramma cinese yume (“sogno”), ripose il pennello e morì.

Takuan Soho era nato nel 1573 nel villaggio di Izushi, nella provincia di Tajima, una zona di nevi alte e brume di montagna.

Izushi è un villaggio antico, molto antico, al punto da essere nominato in entrambe le prime storie del Giappone, il Kojiki (712 d.C.) e il Nihon-gi (720 d.C.), e la campagna circostante è ricca di resti primitivi, antichi tumuli funebri e cocci di terracotta.

Sebbene fosse nato in una famiglia di casta samuraica della stirpe dei Miura, al culmine dei 150 anni di guerra civile, Takuan entrò in monastero all’età di dieci anni per aderire al Buddhismo Jodo; a quattordici anni proseguì nello Zen Rinzai, al punto da divenire abate del Daitokuji, uno dei più importanti templi Zen di Kyoto, all’età di trentacinque anni.

Nel 1629, Takuan venne coinvolto nel “caso del Mantello Purpureo”, circostanza in cui egli si oppose alla decisione dello Shogun, che intendeva revocare il potere dell’Imperatore di fissare le nomine agli alti ranghi, e di assegnare cariche ecclesiastiche. A causa della sua opposizione, venne esiliato nell’odierna Prefettura di Yamagata, e fu qui che egli iniziò a scrivere i suoi saggi sull’arte della spada.

Beneficiò dell’amnistia generale a seguito della morte dello Shogun e ritornò a Kyoto nel 1637.

Negli anni successivi divenne amico dell’Imperatore Go-Mizunoo, abdicatario ma alquanto influente, e gli insegnò lo Zen.

Conquistò l’ammirazione del nuovo shogun, Tokugawa Iemitsu, che costantemente cercò la sua amicizia, tanto da ottenere il permesso di fondare, nel 1638, il Tokaiji; e, sebbene amico sia dello Shogun che dell’Imperatore, riuscì a evitare egregiamente le dispute politiche che sì frequentemente coinvolgevano lo Shogunato e il Trono del Crisantemo.

Si dice che Takuan abbia seguito la propria Via, senza condizionamenti umani e, non senza amarezze, sino alla fine.

La sua caparbietà e la sua acutezza trapelano dalle sue calligrafie e dai suoi dipinti.

La sua vita può essere sintetizzata dal suo stesso insegnamento:

«Se segui il mondo odierno, volterai le spalle alla Via; se non vuoi voltare le spalle alla Via, non seguire il mondo».

Si dice che Takuan abbia cercato di infondere lo spirito dello Zen in tutti gli aspetti della vita che attiravano i suoi interessi, come nella calligrafia, nella poesia, nell’arte del giardinaggio e in tutte le arti in generale, e in particolare nell’arte della spada.

Poiché era vissuto negli ultimi giorni del violento conflitto feudale, che ebbe il suo massimo epilogo con la battaglia di Sekigahara, nel 1600, Takuan non fu solo un artista e maestro del cha-no-yu, ma vestì anche i panni del guerriero. Quest’ultima condizione lo portò ad incontrare personaggi diversi, come Ishida Mitsunari, un potente generale che sostenne Toyotomi Hideyoshi; Kuroda Nagamasa, un Daimyo cristiano che fu l’artefice della caduta di Mitsunari; e, infine, Yagyu Munenori, che divenne suo amico, capo della scuola dell’arte della spada Yagyu Shinkage e maestro di due generazioni di Shogun. Sia con questi uomini che con altri, Takuan mantenne un carteggio improntato al racconto delle sue personali esperienze spirituali e alle considerazioni relative alla sua epoca storica.

In un successivo scritto, presenterò tre saggi, scritti da Soho, riguardo all’arte della spada.

Quale fu il merito di Takuan Soho?

Fondere arte della spada come espressione di sola tecnica e lo Zen meditativo, sostenendo l’unità indissolubile dello Zen con la spada e influenzando i grandi maestri del tempo, ad esempio Musashi e Munenori.

Lo stile di questi due uomini fu diverso, ma le loro conclusioni sono il frutto di un intreccio di intuito e comprensione, sia che venga rappresentato come “libertà e spontaneità” In Musashi, sia come “mente comune che non conosce regole” in Munenori, o ancora come “spirito liberato” in Soho.

Secondo gli insegnamenti di quest’ultimo, la conoscenza dell’arte della spada non portava l’uomo a saper usare l’arma come strumento di morte e distruzione, bensì lo conduceva all’”illuminazione” e alla realizzazione spirituale.

Il confronto tra due guerrieri, vissuto nel giusto spirito, può far scaturire la vita e renderla davvero vitale e dispensatrice di bene.

 

 

Fonte:

 

-          T. Soho, Lo Zen e l’arte della spada, Oscar Mondadori 2001

 

 

                            Alberto Rossignoli

 

albymanu @ ottobre 14, 2009 23:22 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 14 ottobre 2009 | in : letteratura - articoli

Figlia del filosofo antifascista Eugenio Colorni e della berlinese Ursula Hirschmann (tra i fondatori del Movimento federalista europeo e poi moglie di Altiero Spinelli), Colorni ha trasfuso la sua lunga esperienza editoriale (Boringhieri e Adelphi) e di traduttrice dal tedesco (Freud, Canetti, Bernhard) nella collana mondadoriana che sotto la sua direzione ha fatto passi da gigante sino a sbaragliare i concorrenti. Grazie anche ad una agguerrita redazione, capitanata da Elisabetta Risari, il ritmo delle uscite è passato da sei-otto all’anno a più di dieci.

I volumi pubblicati, 157 prima del 1996, sono 175 dal 1996 ad oggi. In quasi 15 anni è stata costruita più di metà del catalogo.

Una collezione i cui titoli sono sempre disponibili e che conta, nonostante i prezzi sostenuti, molti long-sellers.

I vecchi volumi arrivavano al massimo a 1000 pagine, mentre oggi quasi tutti sfiorano le 2000, poiché vengono fornite più opere scelte per rappresentare un certo autore, ma anche perché il lavoro storico, critico e filologico condotto sui testi è molto più approfondito di un tempo.

Le Cronologie, vere e proprie biografie, sono una delle parti più lette e amate dal pubblico e spesso sono ricche di inediti, come quella del Meridiano Citati o del Meridiano Soldati. Ma ke più sorprendenti restano Marisa Bulgheroni su Emily Dickinson, Massimiliano De Villa su Martin Buber, Cesare Garbali su Giovanni Pascoli, Antonio Frachini su Camilleri.

Prossime Cronologie in programma: Ottieni Ottieri e Alberto Arbasino.

Per quanto possibile, si è cercato di affiancare al critico letterario di riferimento voci di scrittori attuali, cosa non esente da rischi. Ovvio che, per fare un’operazione simile, devono esserci delle affinità.

Il catalogo, negli ultimi tempi, si è aperto a molti campi: saggistica, viaggi,narrativa di genere, per non parlare dei classici del giornalismo italiano, categoria che testimonia l’interesse della collana per la sfera storico-politica, che sta molto a cuore alla Colorni. Ella ritiene che la cultura di un Paese non possa concentrarsi solo sulla letteratura come momento di riflessione; nondimeno, la scrittura giornalistica avrebbe assunto in Itali anche una valenza letteraria: non per nulla nelle classifiche dei Meridiani c’è un buon numero di giornalisti.

Anche i Meridiani (ebbene sì…) invecchiano, e invecchiano perché invecchia il modo di presentarli: vanno dunque rivisitati e aggiornati, sulla base di una nuova sensibilità critica.

Come ci informa la Colorni, non c’è marketing migliore di una buona traduzione (la quale, tuttavia, comunque invecchia): lei infatti fa tesoro della sua esperienza adelphiana, dove ha assistito al fenomeno editoriale clamoroso di autori già pubblicati in Italia che hanno goduto di una straordinaria fortuna editoriale proprio in virtù di nuove traduzioni. Joseph Roth e Georges Simenon per tutti.

 

 

Fonte:

 

-          Panorama n. 39, 24/9/2009; Manuela Grassi, La madre di tutte le storie.

 

                                         Alberto Rossignoli

 

 

albymanu @ ottobre 14, 2009 00:28 | commenti (popup) | commenti
giovedì, 08 ottobre 2009 | in : economia - articoli

Attilio Befera è il direttore dell’Agenzia delle Entrate, l’uomo che ha inventato Equitalia e che ha rivoluzionato il sistema di riscossione dei tributi.

Per un trentennio ha lavorato alla Efi, una banca d’affari. Ci entra a metà degli anni Sessanta come impiegato neodiplomato e, come tanti figli del boom economico, continua a studiare.

Dopo la laurea (cum laude) in Economia, scala parecchie posizioni interne, sino a quella di direttore generale.

All’Efi se lo ricordano ancora: è uno che pretende sempre di più, per sé e per gli altri, sia nel lavoro che nel tempo libero, nei campi da tennis, ad esempio.

Classe 1946, ama giocare soprattutto contro colleghi più giovani di lui. Li sfida ripetutamente, finchè non li batte, o finchè questi non si fanno battere.

Usa il diritto soprattutto, perché i rovesci (politici) non lo sfiorano nemmeno: lui cresce sempre, sia con la destra che con la sinistra al governo.

Il profilo bipartisan è la costante della sua seconda vita professionale.

Nel 1995 passa al pubblico.

Viene nominato (super) ispettore tributario del Secit e nel 1997 diventa direttore per la riscossione del ministero delle Finanze. Il suo nome lo fa il ministro (prodiano) Vincenzo Visco, col quale condivide la passione per il sigaro toscano.

Nel 2001 vengono battezzate le agenzie fiscali.

Il Nostro, con Berlusconi premier e Tremonti ministro, va alle Entrate; dapprima è direttore per i rapporti con gli enti, poi direttore centrale dell’amministrazione.

Dall’ottobre 2006, con un secondo gradimento di Visco, diventa il numero uno dell’Equitalia, la ex Riscossione spa, società pubblica che riaffida al Tesoro l’esazione delle tasse prima eseguita dalle banche per concessione statale.

La partita con gli istituti di credito è avvincente ma complessa; Befera riesce a vincerla. L’esperienza accumulata alla Efibanca, l’approccio manageriale, l’ascolto di Mozart, gli servono per distinguersi dal classico burocrate statale.

Chiusa la trattativa, ecco la riforma della riscossione.

Le 40 società allora abilitate a farlo ora sono solo18. Il personale è calato da 11 mila a 8 mila unità. Ma ciò che più conta è la partecipazione azionaria di Equitalia: 51% all’Agenzia delle entrate, di cui Befera diventa direttore nel giugno 2008 su nuova indicazione di Tremonti; 49% all’Inps di Antonio Mastrapasqua, altro buon amico. Befera resta anche presidente dell’Equitalia, con Mastrapasqua come vice e Marco Cuccagna, un fedelissimo, come direttore generale.

Il cerchio è chiuso.

Quale?

Nella visione di Befera, in uno stato normale, gestione e riscossione dei tributi, Agenzie delle entrate ed Equitalia, camminano fianco a fianco.

Ma c’è di più.

Grazie alle miniriforme di Tremonti (ossia i decreti legge 112 e 185 del 2008), ora Agenzia e Inps incrociano le loro banche dati. I controlli sono mirati e scientifici, confrontano la capacità di spesa e i redditi dichiarati (il cosiddetto “accertamento sintetico”), aggrediscono le compensazioni fiscali fasulle e i paradisi fiscali.

Nei primi otto mesi del 2009, il fisco ha raccolto 2,8 miliardi di euro a seguito di accertamenti, in aumento del 47% rispetto agli 1,9 miliardi incassati l’anno precedente. Per questo e per il fatto di aver rinviato il rimborso dell’Irap, Befera è l’uomo più odiato sicuramente da molti imprenditori.

Tuttavia Befera è anche un buon comunicatore.

Ha sfruttato al meglio Linea amica, il call center della pubblica amministrazione. Si è reinventato il camper del fisco, con il quale gira l’italia a fornire spiegazioni. Ha costituito un ufficio stampa di livello avanzato e sa trattare con i media.

Il suo messaggio è: “io sono qui, venite da me e riusciremo a metterci d’accordo”.

La prova sta nei maggiori introiti ottenuti con il patteggiamento dell’evasore: nei primi 8 mesi del 2009 l’agenzia ha già incamerato 1,2 miliardi di euro in più , a fronte del 910 milioni del 1008, dunque con un incremento del 34%.

Intanto, Befera tiene sotto controllo Svizzera, Liechtenstein e San Marino. Il muro fiscale del Titano è il più traballante: dovrebbe cedere definitivamente il 15 dicembre, a chiusura dello scudo fiscale, utile per far rimpatriare i capitali esportati illegalmente. Secondo una stima dell’Agenzia, questi potrebbero essere anche 200 miliardi di euro.

Una cifra non da poco.

 

 

Fonte:

 

-          Panorama, n. 40, 1/10/2009; Carlo Puca, Bastone e carota del tassator cortese.

 

                              Alberto Rossignoli

 

 

 

 

albymanu @ ottobre 08, 2009 23:33 | commenti (popup) | commenti
venerdì, 02 ottobre 2009 | in : storia - misteri - articoli

Il braccio di una statua, un capitello, uno stemma gentilizio: tra le increspature del mare, confuse tra sassi quasi dello stesso colore, si trovano pietre che sembrano in tutto e per tutto dei resti archeologici: è ciò che rimane di un’antica città oggi sott’acqua?

Qualcuno l’ha prontamente chiamata “l’Atlantide adriatica”.

Il luogo del mistero è il litorale davanti al promontorio di Gabicce Monte, poco distante da Cattolica, al confine tra Romagna e Marche. Qui, da secoli, pescatori e turisti saccheggiano la battigia alla ricerca di sassi che sembrano parti di statue; e c’è chi giura di aver visto, effettuando ivi un’immersione, i resti di strade e di torri oggi sommersi.

In realtà, sin dal Cinquecento, nella vicinissima Cattolica si tramanda la leggenda dell’antica città sommersa di Conca, detta appunto “città profondata” (così scrivevano gli storici dell’epoca), per tre secoli disegnata sulle mappe della costa romagnola e sita proprio al largo di Cattolica. Leggenda alimentata ancora oggi in gran parte proprio dai sassi a forma di statua, che si trovano però circa 2,5 km più a sud del luogo in cui, secondo la tradizione, sarebbe sorta la città.

A detta di Paolo Colantoni, geologo marino e docente di Sedimentologia all’Università di Urbino, in realtà, nel punto segnato dalle carte non poteva trovarsi alcun insediamento umano, poiché in epoca storica, ma anche prima, davanti all’odierna Cattolica vi era già il mare; e in tutti questi secoli la costa non ha fatto altro che avanzare. Una eventuale città perduta romana o bizantina si troverebbe quindi oggi nell’entroterra, non potrebbe in alcun caso essere sprofondata e poi ricoperta dalle onde.

La leggenda della città di Conca, infatti, sarebbe probabilmente nata da un errore di trascrizione e da un successivo errore interpretativo compiuto dagli storici tra Medioevo e Rinascimento (nello specifico, un commento anonimo del XVIII canto dell’Inferno dantesco).

Come asserisce Maria Lucia De Nicolò, storica dell’università di Bologna, non per questo alcune testimonianze di antichi viaggiatori che affermano di aver visto resti di mura o torri sommerse sono inattendibili: Raffaele Adimari, nel 1610, riferisce di essere andato in barca assieme a pescatori di ostriche che, coi pregiati molluschi, trassero dall’acqua un “quadrello” di una torre, ossia una pietra sagomata in modo inconfondibile e utilizzata nelle fortificazioni. Adimari, a detta della dottoressa De Nicolò, sarebbe attendibile, ma quello che dice di aver visto sono probabilmente i resti di strutture portuali del Quattrocento o del Cinquecento attualmente sommerse che forse si trovano nella zona detta “Punta della valle”, l’unico tratto del litorale di Cattolica che,anziché avanzare, negli ultimi secoli ha lasciato spazio al mare.

Ma questa spiegazione non è sufficiente per coloro che credono nella leggenda..

Tanto che si cerca, a poca distanza, un’altra possibile città sommersa da mare. Qualche chilometro più a sud, infatti, in corrispondenza con una piccola valle, la Vallugola, poco distante da Gabicce Monte, alcune fonti settecentesche collocano una città, Valbruna, di cui oggi non vi è più traccia. Anch’essa sarebbe dunque sprofondata in mare. Ed è proprio nella zona di Vallugola che si troverebbe la maggior parte delle pietre dall’aspetto di reperti archeologici. Sul promontorio di Gabicce è stato trovato anche un cippo dedicato a Giove Sereno, protettore della navigazione: è forse ciò che rimane di un tempio?

Secondo il professor Colantoni, nella suddetta area, il mare erode continuamente la costa. In epoca romana, la linea di riva si trovava 500 metri al largo e il livello medio dell’Adriatico era di 2 metri più basso. Si tratta di una falesia, ossia una costa alta e rocciosa, continuamente fatta crollare dall’erosione delle acque marine.

I frequenti crolli del promontorio, eroso dal mare nel corso dei secoli, da una parte alimentano la leggenda di una città perduta che si troverebbe proprio in quel punto (un insediamento romano o posteriore potrebbe quindi essere franato nell’Adriatico) ma dall’altra inducono i geologi a spiegare le osservazioni di pescatori e turisti con argomentazioni scientifiche.

Come racconta lo stesso Colantoni, lui stesso si era immerso più volte in quelle acque e, a suo dire, quello che si vede sarebbero solo testate di strato, ossia resti di rocce più resistenti all’erosione e praticamente verticali che possono sembrare muri che fiancheggiano strade, tutte diritte e parallele.

Quanto ai cogoli, ossia i blocchi di arenaria dalle stravaganti forme spesso scambiati per capitelli o colonne, trattasi di formazioni naturali, che si aggregano per scambi chimici durante la cementazione delle rocce, come fossero noduli all’interno di strati sabbiosi.

Quando il promontorio frana, questi blocchi, più compatti e pesanti, rimangono ai suoi piedi, mentre le ghiaie fini e le sabbie vengono portate dalle correnti verso nord e fanno crescere il litorale di Cattolica.

Per cui, non vi sarebbe traccia della fantomatica Valbruna.

A detta della dottoressa De Nicolò, la leggenda della città sommersa potrebbe comunque avere un fondamento di verità, benché, a suo dire, non sia mai esistita una vera e propria città sommersa.

Un viaggiatore veneziano, Bernardino Fontana, che probabilmente non conosceva altri resoconti su Conca, nel 1550 ha lasciato scritto una frase sibillina: “ La Cattolica è un passo, e fu già gran loco… ma inghiottita dalla terra e sommersa d’acqua che occultamente gli era di sotto, hora è niente”. Parla quindi di un “centro importante” presso Cattolica sommerso da acque che potrebbero essere acque fluviali o di falda.

Come aggiunge la storica, non sarebbe da escludere che un luogo attraversato da 5 corsi d’acqua, come del resto è la piana di Cattolica, in epoca altomedievale o romana siano avvenute alluvioni e, in generale, sconvolgimenti tali da seppellire un insediamento abbastanza importante, anche se non una vera e propria città. Questa è solamente un’ipotesi, dato che non ci sono reperti archeologici a supporto di essa.

Resta però un fatto: fino al 400 d.C. il territorio di Cattolica aveva una grande importanza: era un porto per il commercio del vino, c’erano alberghi in grado di ospitare personaggi illustri e via dicendo. Poi, benché il territorio non sia mai stato del tutto abbandonato, per molti secoli non è più stato un centro importante, fino al 1271, anno della fondazione di Cattolica.

La città perduta, dunque, sarebbe da cercare sottoterra e non in mare.

E i sassi dalle forme “di statua”?

Ai sostenitori della leggenda resta comunque un appiglio: fin dalle epoche antiche i cogoli furono usati come materiali da costruzione. I sassi “strani” trovati dai pescatori sarebbero quindi pietre che somigliano a capitelli, o capitelli che erosi dal mare sono tornati a somigliare a pietre?

Il mistero permane.

 

 

Fonte:

 

-          Focus, 2/2005; Enrico Cappelletti - Raffaella Procenzano, L’atlantide dell’Adriatico

 

                                         Alberto Rossignoli

 

 

 

albymanu @ ottobre 02, 2009 21:43 | commenti (popup) | commenti
sabato, 26 settembre 2009 | in :

Alla fine del Settecento, l’inglese William Jones, magistrato in India e studioso di lingue, scoprì sorprendenti affinità, nelle radici dei verbi e nelle forme grammaticali, tra il sanscrito, la lingua dei più antichi testi letterari e religiosi indiani, il latino e il greco. Jones si accorse poi che anche il celtico, il gotico (tedesco antico) e il persiano erano imparentati col sanscrito. Giunse alla conclusione che tutte queste lingue dovevano avere una comune radice linguistica; e, se c’era stata una lingua comune, si doveva cercare il popolo che l’aveva parlata.

Nel 1813 una altro inglese, Thomas Young, chiamò quelle lingue imparentate “indoeuropee” e “indoeuropeo” il popolo dell’idioma originario.

Ebbe allora inizio la caccia alla loro patria.

Non poteva essere l’odierna Europa, abitata per migliaia di anni da tribù primitive di cacciatori e raccoglitori e dove alla fine era esplosa la cosiddetta rivoluzione neolitica. Il primo passo di questa nuova forma di economia fu la levigatura degli attrezzi in pietra, al posto della semplice scheggiatura, che li rendeva più efficaci e funzionali. Poi la scoperta della possibilità di coltivare piante commestibili, grazie al miglioramento climatico, e la domesticazione degli animali per l’allevamento.

Le nuove conoscenze arrivarono con le “avanguardie contadine” provenienti dal Medio Oriente, dove si riuscì a coltivare varietà selvatiche di grano e orzo. Da lì la tecnica agricola si diffuse verso nord, ovest ed est. Novemila anni orsono, come dimostrano le datazioni al radiocarbonio di residui alimentari e di pollini trovati in scavi archeologici, le popolazioni del Vecchio Mondo avevano sotto controllo anche sorgo, piselli e lenticchie e addomesticato il bue, la pecora, il maiale, la capra e il cane. Sempre col radiocarbonio, si è potuto stabilire che l’agricoltura avanzò alla velocità media di 1 km all’anno, impiegando 4 mila anni per arrivare in Spagna, Gran Bretagna, Danimarca, e molto più in Scandinavia, dove la glaciazione non era terminata.

La società neolitica, a detta degli studiosi, raggiunse un notevole sviluppo, dando vita a quelle che vengono chiamate culture Cucuteni, Legyel, Tisza, o cultura Vinca (dai luoghi dei primi ritrovamenti). Costruivano case rettangolari a più stanze, centri urbani anche di 200 mila metri quadri. Gli abitati non sorgevano fortificati su colline, ma presso i corsi d’acqua, a testimonianza che la guerra era molto rara, come la presenza di armi. In quella che l’antropologa Marija Gimbutas chiama la “Vecchia Europa” non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli fra i sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili, ritrovati per esempio in Romania e in altre località balcaniche.

Secondo la Gimbutas, su tutto vegliava il mito di una grande madre (raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità). Le regole erano scandite da una società matriarcale.

Su questa pacifica società, attratto, sembra, dalla sua ricchezza di messi, rame e oro, irruppe un popolo di pastori nomadi e guerrieri, circa 6 mila anni fa. Secondo questa ricostruzione, sostenuta in particolare dai linguisti, gli Indoeuropei sommersero tutto e tutti con i loro rigidi costumi, le loro leggi severe, la loro lingua. Avevano armi in bronzo (e poi in ferro), erano organizzati gerarchicamente, avevano re militari e la cavalleria. Invece di dee comprensive e generose che ricordavano il contatto con la terra e la rigenerazione del grano, avevano divinità maschili che dal cielo ordinavano obbedienza e punivano prima di perdonare. Dagli Indoeuropei si pensa discendano le popolazioni che oggi abitano l’Europa e l’Asia fino all’India con le loro lingue antiche e moderne: italiche, anatomiche, celtiche, germaniche, balto-slave, albanese, greco, armeno, indoiraniche e altre misteriose come il tocario (parlato, pare, nel Turkestan orientale, in Cina, nel primo millennio d.C.).

Luca Cavalli Sforza, Alberto Piazza e Paolo Menozzi, in diverse ricerche di genetica, hanno rilevato che la percentuale di popolazione europea che possiede il fattore sanguigno Rh positivo è molto alta in Medio Oriente e diminuisce a mano a mano che si procede verso ovest, dove invece prevale il fattore Rh negativo, al punto che tra i baschi l’Rh positivo è molto raro.

Ciò significa che un tempo la popolazione europea era divisa in due gruppi: Rh negativi a ovest e Rh positivi a est; e da est partì l’avanguardia tecnologica che diffuse, oltre all’agricoltura, il suo fattore Rh positivo. Basandosi sul calcolo percentuale di altri geni, i ricercatori hanno accertato anche una migrazione da una zona a nord del Mar Nero verso occidente.

Erano gli Indoeuropei?

Soggiogati dal fascino dell’India e del sanscrito, per decenni gli studiosi cercarono lì la patria degli Indoeuropei; fino a gettare le basi dell’arianesimo, trasformato poi in razzismo e antisemitismo. Tutto nasce dal fatto che in certi poemi, i Riveda, si parla di un popolo bellicoso, gli Aryos; in sanscrito la parola “arya” significa “nobile”, “aristocratico”. Per cui, facile concludere che gli Indoeuropei erano “nobili” rispetto agli altri popoli.

Ma anche il sanscrito, si scoprì, deriva dall’indoeuropeo. In ugaritico, lingua semitica parlata in Siria nel 2 mila a.C., esiste il termine “ary” che significa “compagno”, “parente”, poi prestato alle lingue indoeuropee. Il termine “ariano” è in realtà di derivazione semitica.

Seguendo labili indizi linguistici ci fu anche chi, sulla base di versetti biblici, indicò come patria degli Indoeuropei l’Asia centrale, e poi Babilonia.

Fantasiosa è poi la tesi di uno studioso indiano, il quale credette di vedere nei testi Veda e Avesta il racconto di un’epoca in cui il Sole sorgeva a sud e il giorno e la notte duravano entrambi sei mesi. Poiché ciò avviene al Polo Nord, secondo questo studioso gli Indoeuropei dovevano aver abitato lì, in un’epoca in cui faceva meno freddo.

Nella seconda metà dell’Ottocento, l’eurocentrico Theodore Poesche partì da una discutibile osservazione: Greci e Latini avevano descritto Celti e Germani con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Poiché i loro crani risultavano di tipo allungato (dolicocefali), cercò una popolazione con queste caratteristiche e pensò di averla trovata nei lituani, mentre altri pensarono invece agli scandinavi.

Poi la patria ancestrale dei Germani fu collocata nell’area tra il nord della nazione tedesca e il sud della Scandinavia, ossia in corrispondenza della presunta patria degli Indoeuropei. La civiltà europea veniva dunque da quella zona. Nessuno mise in dubbio questa tesi, e i nazionalisti tedeschi la presero sul serio, con i disastri che seguirono.

L’ipotesi attualmente più accreditata è quella della già citata Gimbutas.

Gli Indoeuropei in origine erano il popolo dei Kurgan, dal nome delle loro sepolture a tumulo diffuse nelle pianure del Volga. Partendo da lì, e poi dal Mar Nero e dal Mar Caspio, gli Indoeuropei avrebbero invaso l’Europa e l’India a più riprese, fra i 6 mila e i 5 mila anni fa.

I loro insediamenti erano dominati da fortezze ciclopiche, le tombe hanno rivelato che i capi venivano sepolti non senza il sacrificio dei loro servitori e delle loro concubine.

Alcuni però non sarebbero d’accordo con questa visione.

A detta di Umberto Tecchiati, paleoetnologo della Soprintendenza di Bolzano, le popolazioni erano disperse e frammentate, così come le lingue e i dialetti. Più facile che siano stati scambi commerciali e flussi migratori spontanei a portare l’ibridazione culturale.

Per l’antropologo Brunetto Chiarelli, l’indoeuropeismo sarebbe una trovata ideologica e la vicinanza linguistica deriverebbe dalla necessità dei gruppi umani di trovare un comune terreno linguistico per facilitare la comunicazione e il commercio.

Ma, come fa notare il linguista spagnolo Francisco Villar, rimarrebbero da spiegare delle sacche di resistenza all’omologazione indoeuropea: quelle di baschi, finlandesi, estoni e ungheresi, discendenti dal gruppo linguistico ugro-finnico, originario degli Urali, più a nord e più a est.

 

 

Fonte:

 

-          Focus 12/2003; Franco Bordieri, Il mistero degli indoeuropei.

 

                           Alberto Rossignoli

 

 

albymanu @ settembre 26, 2009 22:09 | commenti (popup) | commenti